lunedì 10 agosto 2020

Recensione "La regina scalza" di Ildefonso Falcones.

Ciao a tutti lettori!

Oggi vi parlo di una lettura che mi ha semplicemente incantata.


Titolo: La regina scalza
Autore: Ildefonso Falcones
Prezzo: 14 €
Pagine: 681
Editore: TEA
Voto: 5/5 🌸



Trama:
Siviglia, gennaio 1748.
Caridad, una giovane donna con alle spalle un passato di schiavitù nelle colonie di Cuba, si ritrova in una città a lei sconosciuta. Una volta libera ella, denutrita e senza forze, non sa come procurarsi il necessario per sopravvivere. Il suo destino sembra, dunque, segnato quando incrocia i passi di Melchor, un gitano rude ma affascinante. Tuttavia, grazie a Melchor, Caridad è accolta nel borgo di Triana, dove il ritmo dei martelli nelle fucine dei fabbri fa da sottofondo al cante flamenco e alle sensuali movenze delle danze gitane.
In questo luogo Caridad conosce Milagros, la bella nipote di Melchor, e tra le due donne nasce un’amicizia profonda.


Recensione:
In "La regina scalza" l'autore, Ildefonso Falcones, racconta la storia di due donne: Caridad, una donna di colore con alle spalle un passato di schiavitù nelle colonie di Cuba, e Milagros, la più bella e fiera gitana di Triana.
L'incontro tra Caridad e Milagros segna l'esistenza di entrambe le fanciulle. Caridad è una donna scarna di emozioni, in quanto la sua vita servile l'ha cresciuta prospettando come unico fine della propria esistenza il dover accontentare i coloni in ogni loro esigenza. Eppure, l'amicizia con la giovane e sognante Milagros la conduce a riscoprire il significato più vero della vita.
Come sfondo al loro vissuto vi è Triana, un borgo in cui i rumori e gli strepiti non sono occasionali. Nelle sue vie, infatti, vivono i gitani. I gitani sono un popolo chiassoso e impetuoso, contraddistinti dai loro abiti sgargianti e dagli accessori vistosi e preziosi con cui adornano gli stessi. Alla base della loro comunità, invero, vi sono delle leggi non scritte ma non per questo reputate di second'ordine, anzi essi le rispettano con maggior devozione rispetto a quelle statali.
In merito, nelle pagine del volume lo scrittore descrive le relazioni che sussistono nella comunità degli zingari di Triana, ovvero le alleanze e le diatribe generazionali che, allo stesso istante, tengono unito e dividono il gruppo dei gitani.
Il racconto è cadenzato da una scrittura musicale ed evocativa. Ildefonso Falcones con estrema maestria, infatti, riesce a raccontare una storia accompagnandola a una capacità descrittiva onorevole. In merito, egli presenta i balli e i canti degli zingari con una precisione tale da garantire al lettore di immaginare quanto da egli tracciato sulla carta.
I personaggi della storia sono svariati, ma nessuno è abbozzato. Ogni individuo è raffigurato nella sua completezza, ossia sia a livello fisico che psichico.
Lo stesso appunto è da correlare agli ambienti e ai luoghi.
"La regina scalza" è la storia di un'amicizia condivisa tra due donne, ma questa tematica è arricchita da faide, tradimenti, amori e inganni.
Le tematiche trattate sono perciò varie. Al riguardo l'autore non si lascia intimorire dal pregiudizio del lettore, ma presenta anche gli aspetti più controversi della categoria degli zingari. Essi non sono solo dei ballerini e cantanti provetti, ma, storicamente, sono stati dei ladri che hanno vissuto rubando e mentendo al prossimo, fingendosi, per esempio, in grado di poter predire il futuro osservando le pieghe sul palmo della mano.
Parallelamente, però, egli addita le scelte attuate da alcuni regnanti finalizzate a sterminare la comunità dei gitani.
Ugualmente, in generale, la violenza e gli abusi, sessuali e di altra natura, sono stati spesso oggetto di esame e di denuncia nello scritto in questione.
Sono innumerevoli, dunque, le motivazioni che mi hanno sospinta ad adorare questo libro. In particolare esso è entrato a far parte di quei romanzi di cui non posso fare a meno di decantare le lodi.
Concludendo, non posso che incitarvi a dare un'occasione a questo volume, perfetto sotto ogni punto di vista. Io, invece, nel prossimo futuro ho intenzione di reperire tutte le altre opere di Ildefonso Falcones.

lunedì 3 agosto 2020

"Las chicas del cable."

Ciao a tutti lettori!

Oggi vi racconto il mio pensiero inerente alla serie televisiva "Le ragazze del centralino".

Voto: 3/5 🌸



"Le ragazze del centralino" (Las chicas del cable) è una serie televisiva spagnola del 2017, composta da 5 stagioni, per un totale di 42 episodi, dalla durata variabile di 35-63 minuti ciascuno.
La serie televisiva in questione è il primo telefilm spagnolo a essere stato ideato, prodotto e rilasciato da Netflix.



Il telefilm è ambientato nella Madrid del 1928 e narra le vicende di cinque donne di diversa provenienza sociale, Lidia, Carlota, Ángeles, Sara e Marga, che vengono assunte come operatrici per la Compagnia dei Telefoni, la prima grande compagnia telefonica nazionale.
Ognuna di loro si confronta con le difficoltà relative alle proprie vicissitudini familiari e al proprio passato, per affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una Spagna in cui i diritti delle donne sono ben lungi dall'essere riconosciuti sia dall'ordinamento giuridico che dalla società.



"Las chicas del cable" è una serie televisiva che decanta i diritti delle donne.
Gli episodi descrivono le difficoltà contro cui le donne hanno dovuto lottare per essere reputate come degli esseri viventi degni di rispetto e di protezione, ugualmente a quanto è stato sempre garantito come naturale e innegabile per gli uomini. I soggetti di sesso femminile, infatti, in ogni secolo sono state etichettate come figlie, mogli o prostitute. Non c'è mai stata alcuna possibilità per la stessa di elevarsi a lavoratrice o per lo meno essere a libera di scegliere discrezionalmente la propria vita. L'unico obiettivo che, invece, ha ogni volta posseduto è quello di augurarsi di contrarre un matrimonio fortunato, accezione che spesso e volentieri le ha negato di poter selezionare autonomamente il proprio compagno.
Nel telefilm vengono anche trattate le tematiche dell'omosessualità e della transessualità, ambedue correlate alle pratiche di annientamento dell'indole degli stessi, definiti come soggetti "deviati" o "malati".
Senza dimenticare, inoltre, le altre due trattazioni presentate nella serie televisiva, ovvero la rivoluzione creata dalla libertà di stampa e dall'apparecchio del telefono. Quest'ultimo in particolare, il telefono, ha costituito, tramite la figura delle ragazze del centralino, un impiego che ha concesso alle giovani ragazze di poter essere indipendenti economicamente.
I temi trattati sono, dunque, svariati.
Gli episodi sono perciò oltremodo ricchi di pathos, soprattutto poiché l'amore è il centro nevralgico della narrazione. Difatti, la storia incomincia con il racconto della relazione amorosa tra Alba Romero, che nel frattempo ha assunto l'identità di Lidia Aguilar, e Francisco Gómez, innamorati da ragazzi e persisi di vista dopo il loro arrivo a Madrid dieci anni prima. La trama inizia proprio con il loro casuale nuovo incontro.
Una particolare menzione va, per ultimo ma non per importanza, agli abiti, al trucco e al parrucco che ha reso la serie tv realistica sotto ogni punto di vista. Guardare gli episodi e ascoltare le musiche intervallanti le scene ha permesso allo spettatore di osservare la sfarzosità e l'eleganza degli anni del 1920. Senza, però, cancellarne i lati oscuri, come l'avvento delle dittature e l'abuso di alcool, del tabacco e delle sostanze stupefacenti.



Personalmente ho scoperto questa serie tv per puro caso, perché purtroppo non è molto nota.
La trama mi ha catturata e ho seguito con trasporto l'evolversi delle vicende. Tuttavia, non è uno dei migliori telefilm che ho potuto fino ad ora seguire, ma voglio innalzare il medesimo per gli insegnamenti che ha deciso di sottolineare.
Invero, il finale della serie, da molti criticato, io l'ho adorato. Ho compreso la motivazione che ha spinto la regia a chiudere la storia con un finale tanto sconvolgente. L'ultima scena, difatti, rimanda a un stringente monito da seguire per le fanciulle, e non solo, ovvero a essere coraggiose e a lottare sempre e comunque per i propri ideali.
Il cammino affinché la donna sia tutelata e apprezzata è ancora lontano dal considerarsi completato, eppure noi, fortunate e agiate, dobbiamo portare nel nostro cuore il ringraziamento quotidiano per quelle grandi donne che nel passato hanno combattuto per permetterci oggi di poter accedere allo studio, lavorare e, perché no, essere single e felici, senza che la presenza di un uomo sia tale da farci sentire stimate, al sicuro e soddisfatte.
Noi donne possiamo diventare ciò che desideriamo essere, senza restrizioni, ma dobbiamo solo aver il coraggio di alzare il capo e di perseguire il nostro sogno.
Questo è quello che le ragazze del centralino hanno voluto mostrare e indicare a noi tutti.


martedì 28 luglio 2020

"Hold my hand" riprenderà la pubblicazione a settembre.

Ciao a tutti lettori!
In questo breve articolo vi annuncio che nel mese di agosto non pubblicherò alcun nuovo capitolo di "Hold my hand".
Approfitto del mese di agosto per riposarmi un pó, anche se il blog continuerà a essere aggiornato.

Non preoccupatevi, a settembre Beth e Daryl torneranno a raccontarvi le loro storie.
Il Capitolo 7 è già scritto ed editato e non immaginate che cosa succederà in quelle pagine.




Nel frattempo avete un mese per mettervi alla pari con la lettura.
Buona lettura! 

"Hold my hand". Capitolo 6.




Capitolo 6 РSopra noi il cielo ̬ sereno





“Qual è il colmo per un oculista?”, domando sogghignando.
“Hai intenzione di continuare ancora a lungo con quel libro demenziale?”, mi risponde Daryl, guardandomi con gli occhi socchiusi e un antitetico sorriso dipinto sulla bocca.
Arriccio le labbra per trattenere una risata e, girando la pagina del testo, esclamo “Innamorarsi ciecamente!”.
Detto ciò, chiudo il libro ponendo l’indice nel punto in cui sono arrivata a leggere e, voltando il capo verso Daryl che cammina alla mia sinistra, proferisco “Quanto è brutta? Davvero c’è gente che trova divertenti queste barzellette?”.
“Appunto, possiamo darci un taglio?” e, prima ancora di concludere la frase, con la mano destra cerca di afferrare il manuale. Io, però, schivo la sua presa e, ridendo, apro nuovamente il volume, leggendo, “Qual è il colmo per un cacciatore?”.
Con il palmo sinistro tocco il petto di Daryl, esortandolo ad arrestare il suo passo. Infatti, come udita la mia tacita richiesta, una volta fermo, inspiro e, con un suono gutturale, insisto affermando “Ehi, qui si parla di te!”.
“Il colmo per un cacciatore”, attesto divertita, guardandolo di sottecchi, “è avere la cravatta a pallini. Aspetta...”, asserisco con la fronte aggrottata, “io non l’ho capita.”.
Guardo in tralice la frase stampata sul libro per cogliere una sfumatura che mi è sfuggita, finché la mia attenzione è distolta dal suono del rauco sghignazzo alla mia sinistra. Allora alzo uno sguardo truce verso Daryl e, imputando i piedi per terra e cadenzando il mio parlato in una voce stridula e infantile, dichiaro “Cosa ridi? Dai, spiegamela.”.
In quell’istante Daryl scoppia in una fragorosa risata per la mia innocenza, mentre io, saltellando di fronte a lui, cerco di mantenere sul volto un’espressione tenera sbattendo le ciglia. Tuttavia, come risposta, sottrae dalle mie mani il manuale delle barzellette e lo scaglia lontano da noi con un lancio che supera le fronde degli alberi.
Alla vista di quel gesto rimango inebetita, con la bocca spalancata.
“Che esagerato!”, sentenzio aprendo le braccia attorno al mio busto, mentre, con fare innocente, inclino la testa sotto il suo mento e specifico “Potevi semplicemente dire che non ti facevano ridere.”.
Con un falso sbuffo, Daryl, avvinghia le mie spalle con le sue forti mani e, non proprio delicatamente, gira il mio corpo in modo da incitarmi a continuare a camminare.
Procediamo tenendo un passo sostenuto, ma il silenzio tra noi non dura nemmeno il tempo di un battito di ciglia, perché Daryl, con premura, mi domanda “Cosa ti manca di più della tua vita?”.
Sgrano gli occhi stupita nel sentire proferire un quesito di questa portata da lui. E’ nondimeno vero che non conosciamo nulla uno dell’altra e, forse, è questo il suo modo, seppur impacciato, di farmi percepire il suo interessamento.
“In realtà sento nostalgia di tante cose...”, dichiaro a denti stretti e sollevo il capo alla mia sinistra per scorgere il suo sguardo. In verità lui non sembra accorgersi del mio movimento, perché noto che, serio, tenta di non perdere di vista un punto indefinito di fronte alla sua figura. Quindi, sposto a mia volta gli occhi dinnanzi a me e, sorridendo lievemente, inizio a raccontare delle lunghe giornate primaverili della mia infanzia trascorse a giocare sotto l’ombra della veranda di casa assieme a Maggie e a Shawn, delle buie notti in cui, di soppiatto, mi sono calata dall’albero erto di fronte alla finestra della mia stanza per poter vedere Jimmy e delle lezioni serali di chitarra del papà.
Dopo aver parlato per quella che penso essere una buona mezz’ora, però, arrossisco e, impacciata, esprimo, quasi in un sussurro, “Perdonami se parlo a vanvera. Eppure”, sospiro gravemente, “queste non sono che alcune cose a cui penso costantemente della mia vita passata.”.
Con le dita sistemo maldestramente un angolo della canottiera, giusto per dare l’impressione di essermi momentaneamente distratta e, così, dargli la possibilità di spiegarsi a sua volta. Daryl, però, non accenna a parlare, motivo per cui decido di domandargli dolcemente “A te, invece, cosa manca?”.
“Sinceramente nulla.”, risponde secco, ma senza il suo solito tono iroso nella voce. Chiaramente scocciato da un ricordo, che vedo oscurare i suoi lineamenti, con la mano sinistra si gratta la cute, per poi, con un grugnito, rimarcare con fervore “La mia vita faceva schifo.”, e concludere mesto, “Mi dispiace soltanto che ora anche la vita di persone come te, che una volta erano felici, faccia tanto schifo.”.
“Sì...”, mi mordo il labbro per la mia sbadataggine, “so… cioè, ho sentito parlare di tuo padre e di tuo fratello Merle, che...”, ma non riesco a dare un senso alle mi parole balbettate senza un nesso logico, che Daryl mi interrompe, precisando secco “Che mio padre era un ubriacone e io e Merle trascorrevamo le nostre giornate fuori casa a rubare o a bere? Sì, Beth, hai sentito bene.”.
Imbarazzata, incasso il collo tra le spalle. In quel frangente, nella mia testa un’accozzaglia di frasi si accavallano indisciplinate fra loro, ma, inevitabilmente, con cautela sbircio incuriosita il volto di Daryl. A conferma delle mie supposizioni, sul suo viso è ricomparsa la sua solita espressione, imperturbabile e apatica. Ciò nonostante, richiamando le parole con cui era solita consolarmi Maggie, proferisco “Beh, se in trent’anni non hai mai avuto nulla per cui essere felice, forse, ora è tuo dovere fare in modo che qualcosa di bello accada.”.
La mia frase, nello stesso istante in cui termino di esporla, giunge alle mie orecchie come un’incitazione, che assume tutt’al più i connotati di un’istigazione provocatoria. I suoi occhi, infatti, ora fissano intensamente i miei.
Io, diversamente, desiderosa di cancellare il mio rimprovero morale, mentre tento di fare un nodo con un filo pendente dalla canottiera, confesso, con uno strano tremolio nella voce che smaschera il mio intento, “Io penso che bisogna sempre avere fede in qualcosa per poter trovare la forza per sperare che alcunché di straordinario possa accadere.”.
Dimenticato ogni timore, con il palmo della mano destra, sfioro con apparente noncuranza la tasca destra anteriore dei miei logori jeans, dove è riposto il fazzoletto di mio padre. Forse, penso, questo è il momento ideale per raccontargli del surreale sogno della scorsa notte. Invero, riponendo il mio sguardo sul suo viso, adesso sereno, abbandono il proposito appena abbozzato, e, sorridendogli, gli chiedo “Tu in cosa credi?”.
“A nulla, se non in me stesso.”, risponde pacato e serio.
Abbasso le spalle e, scuotendo lievemente il capo, ironizzo “E’ sempre un punto da cui partire.”.


lunedì 27 luglio 2020

Le letture e i preferiti del mese di luglio 2020.


Ciao a tutti lettori! 
Il mese di luglio è trascorso velocemente, senza che io mi sia realmente accorta dello scorrere del tempo. Infatti, ancora oggi, che per me che scrivo è il 24 luglio, continuo a ripetere nella mia mente dei presupposti del calibro "durante l'estate farò questo o quell'altro", quando in realtà siamo già giunti a metà del periodo estivo.


Partendo dall'ultimo fastidioso evento vissuto, durante questo mese ho dovuto sottopormi al periodico controllo dal dentista, dal quale è stato appurato come necessario l'estrazione di un dente del giudizio. Ciò mi ha causato svariati giorni di dolori, in cui sono rimasta a letto con metà faccia gonfia. 
Il meraviglioso bozzo che ha deturpato il mio volto per quasi una settimana intera è stato da me soprannominato Quasimodo, Quasi per gli amici. 
Dopotutto, in qualche modo, dovevo pur sdrammatizzare la situazione!


Tuttavia, una nota positiva che ha eliminato la tristezza e il dolore patiti, dopo due mesi abbondanti di attesa, ho finalmente ricevuto l'attestato che certifica il mio superamento degli esami concernenti il Master di I livello che ho frequentato post laurea. 
In verità devo ammettere che mi sono già iscritta ad un altro Master, questa volta di II livello. Dopo questo, però, giuro che non studio più, o almeno spero! 
In merito, approfitto di questa occasione, per ringraziare nuovamente la mia famiglia, il mio fidanzato Stefano e le mie care amiche Chiara ed Eleonora per avermi festeggiata con dei regali e due mini feste improvvisate. Avervi con me è la fortuna più grande che posso decantare.


Giusto per correttezza volevo avvisarvi che la solita Rubrica dei consigli libreschi correlati alla stagione in atto è assente sul blog non per una mia dimenticanza, ma perché è una tipologia di articolo che non ho più il desiderio di portare sulla mia pagina web. 
Devo ammettere che a mia volta non recupero la lettura di questa tipologia di scritto, quindi mi è sembrato inopportuno proporla a mia volta.


Penso di aver chiacchierato a sufficienza e di avervi raccontato tutto quanto c'era di importante, o di simpatico, da condividere con voi, quindi ora passo a indicare le letture e i preferiti del mese.


Le letture e i preferiti del mese di luglio.



Le letture del mese:

I libri letti:
- "La regina scalza" di Ildefonso Falcones;
- "L'altra metà delle fiabe" di Antonella Castello;
- "Notre-Dame de Paris" di Victor Hugo;
- "Un'estate con la Strega dell'Ovest" di Kaho Nashiki.


I manga letti:
- "Occhi di gatto", volume unico, di Tsukasa Hojo;
- "Nana", volume 12, di Ai Yazawa.


Il libro in corso di lettura:
"Regina di sangue" di Joanna Courtney.


I preferiti del mese:
- Libro: "La regina scalza" di Ildefonso Falcones. 


Ildefonso Falcones con questo libro è entrato a far parte dei miei autori del cuore. 
Nei prossimi mesi, infatti, conto di recuperare, piano piano, tutti i suoi scritti. Non posso non leggere ogni romanzo scritto dalla sua incredibile penna.


- Manga: "Occhi di gatto" di Tsukasa Hojo. 


Stefano per San Valentino mi ha fatto dono di questo volume cartonato contenente alcuni stralci della storia del manga "Occhi di gatto". 
I volumi singoli sono introvabili, ma sono stata enormemente felice che il mio fidanzato mi abbia fatto dono di questo sunto, in questo modo ho potuto leggere questa storia meravigliosa, senza le innumerevoli digressioni delle rapine delle tre sorelle.


- Film: "La donna che visse due volte", "Quasi amici" e la trilogia composta da "Il codice da Vinci", "Angeli e demoni", "Inferno". 


Questi sono stati i film che, per svariati motivi, più mi hanno emozionata nell'ultimo mese. Questo mese non sono riuscita a scegliere e, quindi, ho deciso di fare uno strappo alla regola e di inserirli tutti.


- Serie televisiva: "Gilmore girls". 


Ho guardato questa serie televisiva per la prima volta nella mia vita ed è capitata nel momento più appropriato. Avevo bisogno di vedere una storia realistica, ma che non si prendesse troppo sul serio. 
Umoristica, vera e intensa, questa serie tv mi ha incantata. 
Le ragazze Gilmore occuperanno sempre una parte del mio cuore e mi accompagneranno nel futuro che mi attende con i loro consigli.


- Vidoegioco: "The last of us 2".


Finalmente, dopo anni di attesa, io e Stefano abbiamo potuto giocare al secondo capitolo del meraviglioso videogame "The last of us".
A discapito di alcune, seppur rare, critiche, noi ci siamo accodati assieme a chi ha adorato il gioco nella sua completezza. Per noi è un degno sequel!



Vi auguro uno splendido e magico agosto.
Un abbraccio dalla Cantastorie dei boschi!


lunedì 20 luglio 2020

Recensione "Becoming. La mia storia" di Michelle Obama.


Ciao a tutti lettori!
Come avrete intuito dagli articoli presenti sul mio blog, non sono solita leggere le biografie, ma a volte mi piace recuperare un testo che sia più incentrato sui fatti ed esente dai vari orpelli con cui i romanzi arricchiscono la trama.
Oggi, infatti, vi presento un'autobiografia. Tuttavia, in verità, il libro che ora vado a mostrarvi è qualificabile come un ibrido tra una biografia, accurata e dettagliata, e un romanzo, appassionante e accattivante.



Titolo: Becoming. La mia storia
Autore: Michelle Obama
Prezzo: 16 €
Pagine: 498
Editore: Garzanti
Voto: 5/5 🌸





Trama:
Michelle Robinson cresce in un piccolo appartamento nel South Side di Chicago, dove lei e il fratello Craig condividono un'esigua cameretta. In questa casa Michelle apprende dai suoi genitori, Fraser e Marian Robinson, l'importanza di amare il prossimo, di dover sempre parlare con schiettezza e di non avere paura del giudizio altrui. 
L'esuberante e tenace bambina con il susseguirsi degli anni matura e si trasforma in una donna. Ella, in verità, sogna tra le aule di Princeton, dove ha imparato per la prima volta cosa si prova a essere l'unica donna nera in una stanza, e lavora strenuamente in un grattacielo come avvocato d'affari, finché, durante un'afosa giornata d'estate, uno studente di giurisprudenza di nome Barack Obama entra nel suo ufficio sconvolgendo tutti i piani.



Recensione:
Michelle Obama in "Becoming. La mia storia" ripercorre la sua vita, mostrando i lati più oscuri e felici che l'hanno resa la donna che oggi tutti noi conosciamo.
Nata e cresciuta nel South Side di Chicago ed essendo una donna di colore, ella ha dovuto lottare strenuamente per poter essere trattata con equità. 
Il suo essere donna e al contempo possedere una pigmentazione "anomala" della pelle l'ha posta costantemente di fronte a svariati limiti e a discriminazioni.
In una società che tutt'ora fatica a riconoscere che il colore della pelle non è una menomazione e che il sesso biologico non è sintomo di debolezza o di forza, Michelle raccoglie le esperienze della sua esistenza per spronare gli individui ad ampliare la loro limitata visione personale ed espanderla a situazioni e realtà a loro non note. Personalmente, infatti, se posso capire le umiliazioni a cui spesso noi donne siamo sottoposte a soggiacere, non mi sono, invece, mai prima d'ora realmente posta nei panni di una persona di colore. Leggere le vicende capitate a Michelle mi hanno stretto il cuore e, talvolta, provocato una sorta di nausea per l'impotenza che pervadeva il mio corpo.
Nella narrazione ella non cela i suoi pensieri, ma racconta tutte le sensazioni da lei nutrite senza filtri. Inoltre, dalle sue parole spicca la sua esuberanza e la sua ilarità. Michelle è, in verità, una donna vivace, caratterizzata da un'evidente vena umoristica, che le permette di scherzare anche sulla propria persona.
In questa mia recensione ho deciso di rimanere sul vago per non intaccare la vostra esperienza di lettura, così da farvi stupire dalla voce di Michelle e dagli avvenimenti che hanno costellato la sua storia. 
Tuttavia, ciò che più mi ha stupita e che voglio qui indicare e analizzare è il messaggio sotteso al titolo del romanzo. "Diventare" è la traduzione italiana del verbo inglese "Becoming". Ebbene, Michelle Obama racconta se stessa tramite l'utilizzo di questo particolare verbo. Tuttavia, come ella precisa nel suo testo, "diventare" non è riferito al suo essere riuscita a ottenere il titolo di first lady degli Stati Uniti d'America, ma rimanda a un processo in perenne divenire. Michelle, precisamente, con la metafora racchiusa nel verbo "becoming" sprona il lettore a fissare con intensità l'essere che desidera diventare. 
Invero, un altro monito echeggiante per tutta l'autobiografia è che nulla si ottiene per caso o per fortuna, ma bisogna lottare arduamente per acquisirlo, ancor di più se si è donne, se si ha la pelle di una colorazione reputata non idonea o se non si è eterosessuali.
Concludendo, consiglio caldamente questo libro, perché è uno dei quei romanzi la cui lettura potrebbe, a mio avviso, migliorare il mondo inadatto in cui oggi ancora viviamo.



"Il viaggio non finisce. Diventare richiede pazienza e rigore in parti uguali. Diventare significa non rinunciare mai all’idea che bisogna ancora crescere."

martedì 14 luglio 2020

"Hold my hand". Capitolo 5.




Capitolo 5 – Ascoltami





Cammino su una strada non asfaltata, quando un sassolino di ghiaia è immancabilmente riuscito a entrare nella mia scarpa. Il sole oggi è caldo e soffocante, tanto da farmi desiderare un bicchiere ghiacciato della cedrata di Maggie. Con gli occhi stretti in due fessure cerco attorno a me una zona d’ombra dove poter trovare un po' di conforto dall’aria afosa. Al lato destro del sentiero scorgo un maestoso sicomoro, quindi, una volta raggiunto le sue radici e seduta sotto le sue fronde, con il palmo sinistro tampono la fronte madida di sudore, per poi slacciare le stringhe della scarpa destra e, scuotendola, liberarla dal piccolo intruso.
Allora appoggio il capo contro il tronco ruvido e sospiro beata per la brezza che sfiora la mia pelle, finché dietro la mia schiena una voce, proveniente dal passato, mi domanda dolcemente “Ehi piccola. Cosa stai facendo?”.
Io non riesco a pronunciare alcuna parola, solamente apro e chiudo la bocca come un pesce fuori dall’acqua.
“Beth, perché non mi rispondi?”, insiste.
Parallelamente, un brivido scuote tutto il mio corpo nell’attimo in cui, all’improvviso, una mano calda accarezza la mia spalla destra.
“Beth, tesoro, sono io, non devi aver paura.”.
Con le lacrime agli occhi e le labbra tremanti, volto il capo e sbircio alla mia destra. Le mie orecchie non mi hanno mentito, la mia mente non mi ha teso un inganno. Accanto alla mia figura, in piedi e tronfio, c’è mio padre Hershel che mi sorride, sereno.
“Oh, papà…”, riesco solo a sibilare, quando, con uno slancio goffo, mi alzo in piedi per circondare il suo collo con le mie braccia. “Papà… papà… quanto ho pianto… quanto...”, parlo tra i singhiozzi, mentre con la mano destra ancora impugno la scarpa.
Strofino gli occhi contro il colletto della sua camicia e mi lascio sopraffare dai sussulti che scuotono il mio corpo. Nel frattempo, il mio viso è inebriato dal suo indistinguibile odore, una flagranza che ricorda il profumo dei campi e del grano, screziati dalla goccia di lavanda con cui la mamma era solita profumare il bucato.
Tuttavia, l’eco di un ricordo non lontano mi ridesta bruscamente da quel dolce tepore e, scostandomi contro voglia dal suo corpo, spaesata proferisco, “Ma come… tu eri morto. Com’è possibile… il Governatore ti ha tagliato la gola davanti a noi, e...”, cerco con lo sguardo un appiglio, qualcosa o qualcuno che possa meglio di me spiegare la confusione che ho in testa.
“Sì.”, dichiara Hershel, prendendomi il volto tra le mani, “Sono morto, proprio come tu ricordi.”. Dischiudo la bocca per dire qualcosa, ma lui, spostando lievemente il pollice e accarezzandomi le labbra, sussurra, “Shhh… non dire nulla di quel giorno, ma ascoltami. E’ così poco il tempo che ci è stato concesso. Non possiamo sprecarlo.”.
Pongo i miei palmi sopra i suoi e avvicino la fronte contro la sua per poter sentire il calore del suo respiro. Fatto ciò, chiudo gli occhi, nel tentativo di imprimere quel momento nei miei ricordi. In verità spero di poter racchiudere in un angolo remoto della mia mente la callosità delle sue mani e il lieve tremolio con cui sostiene il mio capo, così da poter richiamare queste sensazioni, che ora mi rasserenano, ogniqualvolta io ne senta la necessità.
“Beth, mia cara e piccola Beth...”, sottrae la pressione del suo volto dal mio, “Non devi mai dimenticare gli insegnamenti che io e tua madre ti abbiamo impartito.”. Successivamente, con la mano destra prende un fazzoletto di stoffa dalla tasca posteriore dei pantaloni, che non posso fare a meno di notare essere puliti dalle macchie di sangue e di un colore marrone scuro, e asciuga i solchi bagnati che rigano le mie guance, proseguendo, “Lo so quanto ti senti sola, ma devi sempre avere fede.”.
Le sue mani si abbassano sulle mie spalle e, stringendo un poco la stretta su di esse, continua affermando, “Io ti sto realmente parlando. Per quanto ti possa sembrare assurdo, io e te ci stiamo parlando per davvero, quindi fidati delle mie parole, perché io so… e devi solo aver fede.”.
Sorride, ma questa volta il suo sorriso appare triste. Tutto a un tratto, infatti, la sua figura comincia a perdere di consistenza. Percepisco ancora il tepore dei suoi palmi sulle mie spalle, ma il suo corpo incomincia a dissolversi. Il suo volto roseo, i suoi capelli bianchi e radi e la sua candida e folta barba, assieme ai suoi occhi azzurri, iniziano a diventare sfocati, i loro colori sempre più tenui.
“Papà cos’è che sai? Come posso resistere a tutto questo?”, afferro le sue braccia come per trattenere la sua essenza e, singhiozzando, ammetto furiosa, “Non ho più fede!”.
Nel suo sguardo scorgo quella che sembra rassegnazione, o forse è consapevolezza, non so dirlo con certezza. Nonostante il mio ultimo inciso, lui riprende il mio capo tra i palmi delle mani e, accostandosi nuovamente alla mia fronte, mi bacia lievemente nell’incavo che separa gli occhi. “Lo so, piccola, ma devi aver fede. Io sono con te, non sei sola.”, sospira gravemente, per poi concludere, “Mi dispiace. Non avrei mai voluto lasciare te e Maggie.”.
“Maggie?”, domando allibita, “E’ viva? Papà dimmi dove si trova, ti prego.”. Serro le labbra, ma ormai il suo corpo si è dissolto in un lieve vento che, sibilando, fruscia tra le foglie del sicomoro sopra la mia testa, incitando “Trovala.”.


Ansante e sudata, mi ridesto dal sogno. Con il fiato corto rimango distesa supina ad ascoltare, con gli occhi chiusi, i rumori attorno a me. Stringo la mano destra a pugno sul mio petto ed espiro lentamente, cercando di controllare il battito accelerato che sento palpitante nel torace. Nel medesimo istante, allungo la mano sinistra alla ricerca della borraccia, ma, appena apro il palmo, un sussulto blocca la mia azione. Frettolosamente mi metto seduta e lo guardo, intensamente, metabolizzando ogni parola e gesto vissuto nel sogno. Contemporaneamente chiudo più forte il pugno sulla maglietta, senza perdere il controllo sul mio respiro, mentre cerco di dare un senso a ciò che ora sto vedendo.
Di fronte a me c’è il fazzoletto con cui mio padre mi ha poco prima asciugato le lacrime.
Tocco delicatamente un lembo di stoffa e, come risposta, una folata di vento gelido accarezza il mio volto, ancora umido di lacrime.
“Io sono con te, non sei sola.”, sibila l’aria.